L’attacco allo Stato
Dopo questo primo processo ne seguirono altri, vi fu una stagione di veleni interni alla magistratura e alla politica italiana mentre la mafia cercava di riprendersi: nei primi anni Novanta il clan dei Corleonesi, che si era imposto nella guerra di mafia dei primi anni Ottanta, riorganizzò ciò che restava di Cosa Nostra e, dopo l’introduzione dell’articolo 41 bis che induriva il carcere per i reati di mafia, iniziò una stagione di ritorsioni terroristiche con la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano e i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro).
I più famosi e terribili attentati restano però le stragi di Capaci, 23 maggio 1992, e di via d’Amelio, 19 luglio 1992, nelle quali hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte. Il primo, di ritorno da Roma, dove era stato nominato responsabile dell’Ufficio Affari Penali per espressa volontà dell’allora Guardasigilli Claudio Martelli, fu ucciso da una terribile esplosione avvenuta sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi (oggi aeroporto Falcone-Borsellino) con Palermo città, all’altezza di Capaci. L’esplosione fu provocata da un enorme quantitativo di tritolo (circa 600 kg) che gli esecutori piazzarono in un tunnel sottostante il tratto autostradale. Con Giovanni Falcone morirono la moglie, Francesca Morvillo e i suoi agenti di scorta. Paolo Borsellino morì in circostanze analoghe, a seguito dell’esplosione di un’autobomba parcheggiata sotto casa della madre,azionata dal citofono che il magistrato avrebbe usato per chiamare la madre, dove il magistrato si era recato per ragioni familiari.Non appena il magistrato bussò al citofono l’autobomba esplose facendo morire tutti quelli che vi erano intorno, alcune parti del corpo sono state ritrovate addirittura su dei palazzi vicni al luogo del massacro. In memoria dei due valorosi magistrati è stata recentemente eretta una stele posta ai bordi dell’autostrada Palermo-Capaci, in corrispondenza del luogo ove perse la vita Giovanni Falcone. Il lavoro svolto da Paolo Borsellino nei 57 giorni che hanno separato la strage di Capaci da quella di Via D’Amelio, ha rappresentato l’alto senso del dovere che ha accompagnato i due magistrati nel loro percorso professionale. Nonostante la consapevolezza di essere il prossimo obiettivo della mafia stragista, Paolo Borsellino proseguì freneticamente l’opera sino a quel momento svolta dal collega Falcone, in disprezzo di ogni ulteriore cautela che pure in quel frangente si sarebbe resa necessaria. Si dice che dalle riprese fatte dopo l’esplosione, che un Capitano Dei Carabinieri abbia raccolto dalle macerie la Borsa blindata, ove vi si trovavano tutti gli indizi che portavano alle catture post-venute ai boss di Cosa Nostra, che Paolo Borsellino portava sempre con lui, questa Borsa non è stata trovata più, forse sarà stato uno delle persone che in questo FALSO Stato Italiano sono corrotte. Giustamente L’Ufficiale fu subito esonerato dall’Arma nei giorni seguenti.
Per Non Dimenticare
La risposta dello Stato
All’indomani delle stragi in Sicilia come in tutta Italia c’è stato un risveglio della società civile che ha portato ad una durissima presa di posizione nei confronti della mafia. La paura, l’omertà e la tradizionale veste di Cosa Nostra sembravano essere scomparse per la maggior parte della gente, stanca di tutto questo sangue. Migliaia di persone scesero in piazza e nelle strade a manifestare, moltissime finestre e terrazze furono coperte da lenzuoli e cartelli contro la mafia, la così detta rivolta dei lenzuoli. Quasi ogni giorno, e quasi in ogni luogo, c’erano lezioni sulla legalità e di educazione civica, nelle quali il posto da insegnante era preso da Magistrati e Giudici antimafia o da parenti delle vittime. A questo va aggiunta la risposta militare dello stato che con l’operazione “Vespri Siciliani” inviò nell’isola ben 20.000 soldati (dal 25 luglio 1992 all’8 luglio 1998) per presidiare gli obiettivi sensibili come tribunali, case di magistrati, aeroporti, porti ecc…; per citare le parole di Francesco Forgione: “la Sicilia del dopo stragi somiglia più alla Colombia che non all’isola libera, aperta, gioiosamente mediterranea che abbiamo conosciuto da secoli”. Il ruolo svolto dall’esercito, nonostante le numerose critiche di aver “militarizzato” l’isola, fu ampiamente positivo nel campo della sicurezza urbana. Ci fu una riduzione dei crimini e anche alcuni arresti eccellenti come Toto Riina e Leoluca Bagarella. Inoltre la presenza dell’esercito liberava la polizia da compiti di sorveglianza in modo che tutte le unità fossero usate per le indagini. A tutto questo va aggiunto l’arrivo a Palermo, di Gian Carlo Caselli, come procuratore della Repubblica, lo stesso giorno dell’arresto di Riina, il 15 gennaio 1993. L’azione della procura venne rilanciata, oltre che per i motivi già citati (sostegno popolare e presenza dell’esercito) anche grazie all’azione di questo magistrato esperto. In questo modo fu spezzato il sistema grazie al quale la Mafia poteva svolgere le sue attività indisturbata.
Il Maxiprocesso
Dopo la strage di via Carini (3 settembre 1982): Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto del capoluogo siciliano; Emanuela Setti Carraro, moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Domenico Russo, agente di polizia, sono uccisi dalla Mafia: alché lo stato italiano prende le misure adeguate; fare votare leggi per accedere ai conti bancari dell’Onorata Società. Le efferatezze commesse durante la guerra di mafia di quegli anni, però, spinsero anche alcuni mafiosi a consegnarsi allo stato (legge sui pentiti). Fra questi c’era il boss Tommaso Buscetta, che nel 1984 incontrò per la prima volta Giovanni Falcone. Buscetta scelse di fidarsi di quel magistrato e cominciò a parlare: sulle sue rivelazioni Falcone, Paolo Borsellino e il suo team – il famoso Pool antimafia ideato da Antonino Caponnetto – istruirono contro Cosa Nostra i maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, sferrando il primo vero, duro colpo a Cosa Nostra. Il maxiprocesso era iniziato il 10 febbraio 1986 e si era concluso in primo grado il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli (tra cui Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina), il 30 luglio 1991 la sentenza d’appello ridimensionò le condanne, ma la Cassazione il 30 gennaio 1992 riconfermò tutte le condanne del primo grado che divennero realtà giudiziarie.
Alcune riprese del Maxi Processo di Palermo
Situazione con Provenzano e dopo Provenzano
A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l’arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era il braccio destro fin dagli anni ’80), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera. Cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo di accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando inutili guerre. Tutto è controllato da un boss con il carisma di Provenzano che gestisce in modo impeccabile l’organizzazione. La mafia ora non è più ricca come ai tempi dei grandi traffici internazionali ed è per questo che in Sicilia è diventata più oppressiva e capillare. L’11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a 2km da Corleone. Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo.
L’arresto di Provenzano
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—–>Materiale tratto da Wikipedia.it