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Ultimi Aggiornamenti

Ho creato la sezione STORIA ITALIANA” in cui viene affrontanto uno dei temi più tristi e bui della Storia Italiana del dopo guerra…ossia la Mafia; in questa pagina ho raccolto varie informazioni sulla famosa “CosaNostra” e sui suoi maggiori protagonisti, aggiungendovi anche dei video dell’epoca!!!Spero che tutto questo ci aiuti a riflettere un po’ tutti sulle gravi vicende accadute..sperando che una simile realtà non si venga più a creare!!! Comunque lasciate i vostri pareri a riguardo….sarebbe interessante conoscere le vostre opinioni in merito!!! Buona Navigazione!!!

TheMartinS

 
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Pubblicato da su 23 novembre 2007 in Info

 

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COSA NOSTRA – parte.2 -

L’attacco allo Stato
Dopo questo primo processo ne seguirono altri, vi fu una stagione di veleni interni alla magistratura e alla politica italiana mentre la mafia cercava di riprendersi: nei primi anni Novanta il clan dei Corleonesi, che si era imposto nella guerra di mafia dei primi anni Ottanta, riorganizzò ciò che restava di Cosa Nostra e, dopo l’introduzione dell’articolo 41 bis che induriva il carcere per i reati di mafia, iniziò una stagione di ritorsioni terroristiche con la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano e i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro).

I più famosi e terribili attentati restano però le stragi di Capaci, 23 maggio 1992, e di via d’Amelio, 19 luglio 1992, nelle quali hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte. Il primo, di ritorno da Roma, dove era stato nominato responsabile dell’Ufficio Affari Penali per espressa volontà dell’allora Guardasigilli Claudio Martelli, fu ucciso da una terribile esplosione avvenuta sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi (oggi aeroporto Falcone-Borsellino) con Palermo città, all’altezza di Capaci. L’esplosione fu provocata da un enorme quantitativo di tritolo (circa 600 kg) che gli esecutori piazzarono in un tunnel sottostante il tratto autostradale. Con Giovanni Falcone morirono la moglie, Francesca Morvillo e i suoi agenti di scorta. Paolo Borsellino morì in circostanze analoghe, a seguito dell’esplosione di un’autobomba parcheggiata sotto casa della madre,azionata dal citofono che il magistrato avrebbe usato per chiamare la madre, dove il magistrato si era recato per ragioni familiari.Non appena il magistrato bussò al citofono l’autobomba esplose facendo morire tutti quelli che vi erano intorno, alcune parti del corpo sono state ritrovate addirittura su dei palazzi vicni al luogo del massacro. In memoria dei due valorosi magistrati è stata recentemente eretta una stele posta ai bordi dell’autostrada Palermo-Capaci, in corrispondenza del luogo ove perse la vita Giovanni Falcone. Il lavoro svolto da Paolo Borsellino nei 57 giorni che hanno separato la strage di Capaci da quella di Via D’Amelio, ha rappresentato l’alto senso del dovere che ha accompagnato i due magistrati nel loro percorso professionale. Nonostante la consapevolezza di essere il prossimo obiettivo della mafia stragista, Paolo Borsellino proseguì freneticamente l’opera sino a quel momento svolta dal collega Falcone, in disprezzo di ogni ulteriore cautela che pure in quel frangente si sarebbe resa necessaria. Si dice che dalle riprese fatte dopo l’esplosione, che un Capitano Dei Carabinieri abbia raccolto dalle macerie la Borsa blindata, ove vi si trovavano tutti gli indizi che portavano alle catture post-venute ai boss di Cosa Nostra, che Paolo Borsellino portava sempre con lui, questa Borsa non è stata trovata più, forse sarà stato uno delle persone che in questo FALSO Stato Italiano sono corrotte. Giustamente L’Ufficiale fu subito esonerato dall’Arma nei giorni seguenti.

Per Non Dimenticare

La risposta dello Stato
All’indomani delle stragi in Sicilia come in tutta Italia c’è stato un risveglio della società civile che ha portato ad una durissima presa di posizione nei confronti della mafia. La paura, l’omertà e la tradizionale veste di Cosa Nostra sembravano essere scomparse per la maggior parte della gente, stanca di tutto questo sangue. Migliaia di persone scesero in piazza e nelle strade a manifestare, moltissime finestre e terrazze furono coperte da lenzuoli e cartelli contro la mafia, la così detta rivolta dei lenzuoli. Quasi ogni giorno, e quasi in ogni luogo, c’erano lezioni sulla legalità e di educazione civica, nelle quali il posto da insegnante era preso da Magistrati e Giudici antimafia o da parenti delle vittime. A questo va aggiunta la risposta militare dello stato che con l’operazione “Vespri Siciliani” inviò nell’isola ben 20.000 soldati (dal 25 luglio 1992 all’8 luglio 1998) per presidiare gli obiettivi sensibili come tribunali, case di magistrati, aeroporti, porti ecc…; per citare le parole di Francesco Forgione: “la Sicilia del dopo stragi somiglia più alla Colombia che non all’isola libera, aperta, gioiosamente mediterranea che abbiamo conosciuto da secoli”. Il ruolo svolto dall’esercito, nonostante le numerose critiche di aver “militarizzato” l’isola, fu ampiamente positivo nel campo della sicurezza urbana. Ci fu una riduzione dei crimini e anche alcuni arresti eccellenti come Toto Riina e Leoluca Bagarella. Inoltre la presenza dell’esercito liberava la polizia da compiti di sorveglianza in modo che tutte le unità fossero usate per le indagini. A tutto questo va aggiunto l’arrivo a Palermo, di Gian Carlo Caselli, come procuratore della Repubblica, lo stesso giorno dell’arresto di Riina, il 15 gennaio 1993. L’azione della procura venne rilanciata, oltre che per i motivi già citati (sostegno popolare e presenza dell’esercito) anche grazie all’azione di questo magistrato esperto. In questo modo fu spezzato il sistema grazie al quale la Mafia poteva svolgere le sue attività indisturbata.

Il Maxiprocesso
Dopo la strage di via Carini (3 settembre 1982): Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto del capoluogo siciliano; Emanuela Setti Carraro, moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Domenico Russo, agente di polizia, sono uccisi dalla Mafia: alché lo stato italiano prende le misure adeguate; fare votare leggi per accedere ai conti bancari dell’Onorata Società. Le efferatezze commesse durante la guerra di mafia di quegli anni, però, spinsero anche alcuni mafiosi a consegnarsi allo stato (legge sui pentiti). Fra questi c’era il boss Tommaso Buscetta, che nel 1984 incontrò per la prima volta Giovanni Falcone. Buscetta scelse di fidarsi di quel magistrato e cominciò a parlare: sulle sue rivelazioni Falcone, Paolo Borsellino e il suo team – il famoso Pool antimafia ideato da Antonino Caponnetto – istruirono contro Cosa Nostra i maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, sferrando il primo vero, duro colpo a Cosa Nostra. Il maxiprocesso era iniziato il 10 febbraio 1986 e si era concluso in primo grado il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli (tra cui Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina), il 30 luglio 1991 la sentenza d’appello ridimensionò le condanne, ma la Cassazione il 30 gennaio 1992 riconfermò tutte le condanne del primo grado che divennero realtà giudiziarie.

Alcune riprese del Maxi Processo di Palermo

Situazione con Provenzano e dopo Provenzano
A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l’arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era il braccio destro fin dagli anni ’80), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera. Cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo di accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando inutili guerre. Tutto è controllato da un boss con il carisma di Provenzano che gestisce in modo impeccabile l’organizzazione. La mafia ora non è più ricca come ai tempi dei grandi traffici internazionali ed è per questo che in Sicilia è diventata più oppressiva e capillare. L’11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a 2km da Corleone. Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo.

L’arresto di Provenzano

LASCIATE I VOSTRI COMMENTI…MI RACCOMANDO!!!

—–>Materiale tratto da Wikipedia.it

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2007 in Storia

 

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COSA NOSTRA – parte.1 -

Cosa Nostra

Con il termine Cosa nostra si è soliti indicare un’organizzazione criminale di stampo mafioso presente in Sicilia dagli inizi del XIX secolo, e trasformatasi nella seconda metà del ’900 in una organizzazione internazionale.

Il Capo indiscusso—>Salvatore Riina<—
Salvatore Riina , detto anche Totò Riina, (Corleone, 16 novembre 1930) è un criminale italiano, componente dei vertici di Cosa Nostra, detenuto dal 1993. Veniva chiamato anche o Totò u Curtu, per via della sua bassa statura (1,58 cm).

Nel 1943 perse il padre ed un fratello di 7 anni mentre insieme a lui e ad un altro fratello stavano cercando di togliere la polvere da sparo da una bomba inesplosa americana per rivenderla insieme al metallo. Dopo la morte del padre, essendo il maggiore dei figli maschi, a 13 anni divenne il capo famiglia. Già a diciannove anni dovette scontare una pena di sei anni inflittagli per aver ucciso un coetaneo in una rissa, dopo la quale ritornò a Corleone per assumere un ruolo di rilievo al servizio di Luciano Liggio. In quel periodo, il clan di Liggio si scontrò con quello di Michele Navarra per il predominio nel paese. Fu arrestato nuovamente nel 1963, stavolta in modo casuale: una notte, mentre si trovava in una stazione di servizio a Palermo, una pattuglia dei Carabinieri gli chiese di favorire la patente ed il libretto. Riina, che aveva una carta d’identità falsa (in cui il suo nome risultava essere “Giovanni Grande”) ed una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare ma venne braccato facilmente dalle forze dell’ordine. Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione, fu assolto nei due processi a suo carico, svoltisi a Catanzaro e a Bari. Venne in realtà assegnato al soggiorno obbligato ma si diede alla latitanza. In questo periodo prese il posto di Liggio, arrestato, come “boss dei boss” e sotto il suo comando il clan, detto “dei corleonesi”, accrebbe notevolmente il suo potere finanziario grazie al traffico di droga e alla sistematica prevalsa nelle gare d’appalto. Nel 1974 sposa Antonietta (Ninetta) Bagarella sorella di Calogero Bagarella e Leoluca Bagarella. Ninetta Bagarella era di 14 anni più giovane del marito (era nata infatti nel 1944), nonostante la differenza d’età il matrimonio avvenne per amore. Dal matrimonio nasceranno 4 figli. Riuscì, togliendo di mezzo il boss Stefano Bontate e dopo una sanguinosa seconda guerra di mafia nei primi anni Ottanta, a conquistare il potere su tutta Cosa Nostra e realizzò in questo periodo un’aggressiva campagna contro lo Stato, ordinando diversi omicidi, dal prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa fino ai giudici Falcone e Borsellino. Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo) con già alle spalle due condanne in contumacia, entrambe con la pena dell’ergastolo. Riina venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini, a Palermo, nella quale trascorse 25 anni di latitanza. Fino al luglio del 1997 Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell’Asinara, in Sardegna. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli dove, per circa tre anni, era sottoposto al carcere duro previsto per chi commette reati di mafia, ma il 12 marzo del 2001 gli venne revocato l’isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altre persone nell’ora di libertà. Attualmente si trova al carcere di Opera di Milano. Sono ancora in corso diversi processi per gli altri crimini commessi, con altri ergastoli pendenti a suo carico.

La Struttura
Le conoscenze sull’organizzazione interna della mafia siciliana si debbono all’opera di Giovanni Falcone, il primo magistrato italiano che ha affrontato sul serio e con successo la mafia.
L’organizzazione di Cosa Nostra è formata da mafiosi che si definiscono uomini d’onore. La sua struttura è verticistica e piramidale, essa dipende dalla Cupola mafiosa o Commissione. Alla base dell’organizzazione ci sono le famiglie in cui tutti gli affiliati si conoscono fra loro, governate da un capo-famiglia, di nomina elettiva; altre figure importanti sono il sottocapo e i consiglieri, in numero non superiore a 3. Le famiglie si dividono in gruppi di 10 uomini detti decine comandate da un capo-decina. Tre famiglie dal territorio contiguo formano un mandamento; il capo-mandamento è un loro rappresentante, e, almeno fino a un certo periodo, non fu membro di una delle famiglie per evitare di favorire la sua stessa famiglia di appartenenza. I vari capi-mandamento si riuniscono in una commissione o cupola provinciale, di cui la più importante è quella di Palermo. Questa commissione provinciale è presieduta da un capo-mandamento che, per sottolineare il suo ruolo di “primus inter pares”, si chiamava in origine segretario, ma sembra che ora abbia preso il titolo di capo. Per lungo tempo non c’è stato bisogno di un organismo superiore alla commissione provinciale poiché quasi tutte le famiglie risiedevano in quella di Palermo. Quando però l’organizzazione ha messo radici in tutta l’isola si è dovuta creare una cupola regionale detta interprovinciale, alla quale partecipavano tutti i rappresentati delle varie province e dove il titolo di capo era tenuto dal capo della cupola provinciale più potente e quindi di Palermo.

La prima guerra di mafia
La prima guerra di mafia fu scatenata da una truffa a proposito di una partita di eroina nel 1962. Calcedonio Di Pisa, inviato a Brooklyn per consegnare una partita di droga, fu accusato di averne sottratto una parte e fu ucciso il 26 dicembre. Per rappresaglia, fu ucciso Salvatore La Barbera. Seguirono altri attentati fino all’assassinio del fratello di Salvatore, Antonio La Barbera, il 25 maggio 1963.

La seconda guerra di mafia
Quando la mafia passò dal contrabbando di sigarette al traffico di stupefacenti, la struttura di comando tradizionale si indebolì e nel 1978 scoppiò una guerra interna alla mafia, tra la vecchia mafia storica, composta principalmente dalle famiglie affiliate ai Bontate, ai Badalamenti e ai Buscetta, e quella dei Corleonesi. Questi ultimi furono un gruppo dirigente estremamente feroce, che per dimostrare il suo potere compì una serie di omicidi eccellenti eliminando tutte le personalità dello stato che potevano costituire un ostacolo. In appena due anni, morirono in questa guerra più di mille uomini e tutti appartenenti ad uno schieramento, quello dei gruppi che si erano arricchiti con la pizza connection.

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2007 in Storia

 

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